Galleano | Art. 32 collegato lavoro
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Art. 32 collegato lavoro

Art. 32 collegato lavoro

previsione del termine di impugnazione già previsto per i licenziamenti ad altre fattispecie
(contratto a termine, trasferimento, contratti interinali, a progetto, ecc.) – previsione di applicazione dell’onere di impugnazione ai rapporti già conclusi alla sola fattispecie dei contratti a termine
– rimessione alla Corte costituzionale –
Ordinanza del Tribunale di Roma del 24.10.12


 

E così l’art. 32 arriva la Corte costituzionale.
Il profilo sollevato dal Tribunale di Roma nell’ordinanza in commento ( leggi / scarica ) è particolare, ma potrebbe avere effetti di non poco conto per coloro che non hanno impugnato i contratti a termine (e non sono pochi), nonostante la scadenza fosse stata prorogata al 31 dicembre 2011 dall’art. 1, comma 2 della legge 26.02.11 n. 10, peraltro con un intervento che ha creato non pochi problemi interpretativi, come si legge nell’ordinanza stessa.
La questione, in sintesi è la seguente. L’art. 32 della legge 183/2010 (cd. collegato lavoro) estende l’obbligo di impugnazione, con atto scritto, già previsto per il licenziamento, a tutta una serie di ipotesi (contratto a termine, trasferimento, contratti interinali, a progetto, ecc.).
Per tutte le nuove ipotesi il termine breve di impugnazione (60 gg. secondo l’originario art. 32, ora ampliato a 120 con la legge Fornero n. 92/12) decorre dalla data di entrata in vigore della legge, sicché per i rapporti di trasferimento, contratti di somministrazione, interinali, a progetto, ecc. l’obbligo di impugnazione scatta solo per i contratti futuri, mentre per quelli già conclusi non vi è nessuna preclusione , salvo ritenere l’intervenuta acquiescenza del lavoratore, o il mutuo consenso, o l’avvenuta prescrizione.
Poiché però il vero obiettivo (come esattamente coglie il Tribunale di Roma) era quello di risolvere, una volta per tutte, l’ingombrante contenzioso di Poste italiane, l’art. 32 ha previsto che il termine di impugnazione scattava per i soli contratti a termine “già conclusi”. Così, in un botto solo, tutti i contratti a termine stipulati negli anni precedenti, se non impugnati entro 60 giorni dalla entrata in vigore della legge, ovvero entro il 31.12.11, secondo la citata legge 10/11 diventano definitivi e non possono più essere oggetto di impugnazioni.
Questa scelta del legislatore crea però evidenti differenziazioni, in danno dei lavoratori che hanno, negli anni scorsi, lavorato a termine, rispetto a quelli che, per esempio, hanno operato con contratti di somministrazione (o a progetto, co.co.co, ecc.). I primi infatti si vedono sbarrata la strada giudiziale se non hanno fatto, entro il termine ristretto previsto dalla legge, la prevista impugnazione, mentre i secondi sono liberi di agire in ogni momento.
Di qui la questione di costituzionalità, che ci sembra più che fondata, tanto più che tutti gli operatori del settore sanno che pochi lavoratori sono stati adeguatamente informati del termine brevissimo e allo studio si stanno rivolgendo moltissimi per impugnare i contratti scaduti scoprendo che, ormai, sono decaduti dal poter agire in giudizio.
Un’ottima ordinanza quindi.
Va comunque detto che resta in ogni caso aperta la vera questione dell’art. 32 e cioè la sostanziale ingiustizia che consiste nell’obbligo di impugnazione breve. Anche i 120 giorni previsti dalla legge Fornero sono infatti un termine del tutto inadeguato, poiché il lavoratore precario sa benissimo che l’impugnazione determina la perdita del “posto di lavoro” (se così possiamo chiamare la situazione di chi da anni vive nel precariato), perché il datore di lavoro non lo chiamerà più. E così, inevitabilmente, fa scadere il termine, perdendo ogni diritto di vedersi tutelato dalla legge.
Con un’evidente lesione del diritto di agire liberamente in giudizio garantito dalla nostra Costituzione dal Trattato di Nizza.
Ma anche su questa questione, prima o poi, arriveremo alla rimessione alla Corte costituzionale o alla Corte di Giustizia.
Roma, 26 ottobre 2012
Sergio Galleano

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