Galleano | Art. 32 Collegato lavoro – Udienza in Corte europea del 5 giugno 2013
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Art. 32 Collegato lavoro – Udienza in Corte europea del 5 giugno 2013

Art. 32 Collegato lavoro – Udienza in Corte europea del 5 giugno 2013

 

 

Come si era già anticipato[1], il 5 giugno u.s. si è tenuta la discussione a Lussemburgo, della causa C-361/12 (Carratù) relativa alla questione di pregiudizialità sollevata dal Tribunale di Napoli con riferimento all’art. 32 del Collegato lavoro (legge 183/2010).

L’ordinanza in discussione era stata sollevata dal Tribunale di Napoli nel giugno 2012, dunque anteriormente all’intervento fatto dalla legge Fornero, che chiarisce ulteriormente che l’indennità spettante ai lavoratori a termine a titolo di risarcimento del danno ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive, così chiudendo ogni spazio a diverse e più favorevoli interpretazioni che pur erano state adombrate in dottrina dalla giurisprudenza di merito[2].

Ciò aveva indotto il Tribunale di Napoli a sollevare un’ulteriore questione che ricomprendeva il nuovo intervento legislativo e che è stato iscritto alla Corte europea con il n. C-89/13 (D’Aniello), nel quale si sono costituiti, oltre al titolare della causa, avv. Iorio di Napoli, anche chi scrive, unitamente all’avv. Vincenzo De Michele.

La richiesta di riunione dei due procedimenti – finalizzata a che la Corte europea valutasse la norma nella sua attuale versione – non ha potuto essere accolta per il diverso stato dei procedimenti, ma la Corte ha acconsentito alla richiesta, svolta di concerto con il titolare della causa Carratù, l’avv. Alberto Cinquegrana di Napoli, che all’udienza potesse intervenire uno dei legali costituiti nella causa D’Aniello (nel frattempo sospesa).

Nella causa Carratù Poste italiane nelle osservazioni scritte ha proposto eccezioni di irricevibilità su tutte e sette le questioni sollevate dal Tribunale di Napoli. In realtà, anche la Commissione nelle osservazioni scritte ritiene assorbite le prime tre questioni (che risolve rispondendo al quarto e al quinto quesito in senso favorevole all’esistenza di un contrasto tra la clausola 4 di non discriminazione dell’accordo quadro e la norma interna) perché afferma sostanzialmente che il primo e unico contratto a tempo determinato non rientri nel campo di applicazione della Direttiva 1999/70/CE almeno per quanto riguarda la clausola 5 , n.1, dell’accordo quadro.

Le eccezioni di Poste (e in parte della Commissione, che richiama la ordinanza Vino sui primi tre quesiti) muovono essenzialmente su due affermazioni:
1- Il primo e unico contratto a tempo determinato non entrerebbe nel campo di applicazione dell’accordo quadro comunitario, quanto meno sotto il profilo delle conseguenze sanzionatorie in caso di termine non legittimamente apposto;
2- L’art.32, commi 5, 6 e 7, della legge n.183/2010 con la modifica peggiorativa delle sanzioni in caso di contratto a termine nullo è entrato in vigore nove anni dopo il decreto legislativo n.368/2001, che ha recepito l’accordo quadro comunitario sul contratto a tempo determinato e non è stato emanato in applicazione della Direttiva n.70 del 1999.

All’udienza, quindi, presidente il Signor Ilešič e relatrice la Signora Toader, hanno iniziato per primi la discussione i difensori della ricorrente Carratù, gli avv.ti Cinquegrana e De Michele, che hanno sottolineato che la Corte di Giustizia ha già risolto in altre decisioni i dubbi di ricevibilità manifestati da Poste italiane, respingendoli sia con riferimento alla clausola 4 dell’accordo quadro comunitario sia con riferimento alla clausola 5 sulle misure preventive , con particolare riferimento alla nozione di “norma equivalente” di cui alla clausola 5, n.1, prima parte dell’accordo quadro nel rapporto con il divieto di reformatio in peius di cui alla clausola 8, n.3, dello stesso accordo. Su quest’ultimo punto si è già espressa, infatti, con grande chiarezza la stessa III Sezione della Corte nella sentenza Angelidaki (Relatore Ó Caoimh) del 23 aprile 2009 nei procedimenti riuniti da C-378/07 a C-380/07 definendo ai punti da 76 a 78 la nozione comunitaria di “norma equivalente” ai sensi della clausola 5, n.1, prima parte dell’accordo, e affermando che , attraverso l’espressione «norme equivalenti» la clausola 5, n. 1, dell’accordo quadro intende includere ogni norma di diritto nazionale volta a prevenire in modo effettivo l’utilizzo abusivo di contratti o di rapporti lavoro a tempo determinato successivi, allo stesso modo delle norme contemplate da detta clausola.

L’orientamento della sentenza Angelidaki è stato confermato dalla sentenza Sorge (la relatrice Toader era componente di quel Collegio), che tra l’altro si è occupata di un primo e unico contratto per ragioni sostitutive, la stessa fattispecie della causa Carratù. E’ stato ricordato alla Corte di Giustizia che anche la Corte costituzionale nella sentenza n.107/2013 riconosce, citando la sentenza Sorge, che il primo e unico contratto a termine entra nel campo di applicazione della Direttiva 1999/70/CE, cambiando così l’orientamento della Consulta nelle sentenze n.41/2000, n.252/2006 (ordinanza), n.44/2008, n.214/2009, n.325/2009 (ordinanza), n.65/2010 (ordinanza) , n.303/2011, in cui il presupposto interpretativo della Corte costituzionale era l’assenza o eccesso di delega per il fatto che il primo contratto non fosse considerato dall’accordo quadro comunitario, seguendo le indicazioni della sentenza Mangold (poi corretta dalla Corte di Giustizia).

Nell’intervallo tra le discussioni e le repliche, diverse sono state le domande fatte dai giudici ai legali che difendevano le parti.

Alla parte lavoratrice, in particolare sono stati chiesti chiarimenti in merito al numero della cause concernenti i contratti a termine e la Corte, con un certo stupore, ha appreso che il contenzioso in materia, dal 2001 al 2007[3] assomma ad oltre 100.000 cause negli ultimi anni, quasi tutte promosse, nel settore privato, nei confronti di Poste italiane, che soltanto in tre anni dal 2003 al 2005 ha stipulato circa 70.000 contratti a termine tutti per generiche ragioni sostitutive.

Non è mancato un accenno anche al contenzioso relativo al pubblico impiego, con la conseguenza che è parso evidente come l’utilizzo di tale strumento sia eminentemente pubblico[4].

Premesso che alla Corte non è risultato chiaro il motivo per cui si potesse promuovere giudizi senza limiti di tempo per far dichiarare nullo il termine apposto al contratto, si è dovuto spiegare, non senza poche difficoltà, come in realtà la possibilità di agire in giudizio fosse da tempo stata temperata dall’istituto del mutuo consenso e come la entità risarcimento del danno fosse temperata dalla necessità della costituzione in mora e dall’applicazione dell’istituto dell’aliunde perceptum[5].

Ciò chiarito, è stato anche illustrato alla Corte che l’intervento effettuato dal Parlamento italiano ha costituito una intrusione nei procedimenti in corso, finalizzata a mutare l’esito dei giudizi in favore di Poste italiane, intervento vietato dall’art. 6 della CEDU (parità delle armi), se non in presenza da motivi imperativi di interesse generale, certamente non giustificati dall’esigenza di salvaguardare gli interessi di una delle due parti in causa e, segnatamente, dell’azienda pubblica Poste italiane.

La rappresentante della Commissione europea ha ribadito le conclusioni già assunte nella memoria del 20.11.2012[6], ovvero favorevoli alle tesi dei lavoratori nella parte in cui si sostiene la violazione della clausola 4 della Direttiva da parte dell’art. 32 e la natura pubblica di Poste italiane.

L’avvocato generale Wahl si è riservato di depositare le sue conclusioni all’udienza del 26 settembre prossimo.

Dopodiché la Corte, nel giro di due/tre mesi dovrebbe depositare la sentenza.

Se ne riparlerà allora.

Roma, 17 giugno 2013

Sergio Galleano

[1] Si veda, in questo settore: • Art. 32 – procedimento avanti alla Corte europea a seguito di questione di pregiudizialità del Tribunale di Napoli – Udienza del 5 giugno 2013


[2] Tra i tanti interventi si veda quello della Corte di appello di Roma: • Contratti a termine – risarcimento del danno ex art. 32 Collegato lavoro – Corte appello Roma sentenza 267/2012 – oltre all’indennità spettano le retribuzioni dal deposito della domanda giudiziale

[3] Ovvero dalla data di entrata in vigore del D.Lgs. 368/2001 all’approvazione dell’art. 2, comma 1 bis dello stesso decreto (la c.d. “causale finanziaria” che consente a Poste la libera assunzione di personale).

[4] O meglio: anche nel settore privato il ricorso al contratto a termine è grandemente effettuato. In tale settore, però, i contratti sono spesso effettivamente necessari e legittimi e, soprattutto, nell’ipotesi di contenzioso, le cause vengono velocemente chiuse in modo transattivo senza giungere in Cassazione. Poste invece, come è noto, intasa la Corte suprema, coltivando i contenziosi sino allo stremo, spesso riuscendo ad ottenere mutamenti di giurisprudenza a suo favore. Si veda, su questo sito, nel settore Poste, il recente commento alla sentenza 107 della Corte costituzionale.

[5] Si tratta della possibilità di detrarre dalla somma dovuta per il risarcimento quanto eventualmente percepito dal lavoratore per altre attività svolte nelle more del giudizio.

[6] Si veda, in questa sezione: Art. 32 – procedimento avanti alla Corte europea a seguito di questione di pregiudizialità del Tribunale di Napoli – la memoria della Commissione Europea