Galleano | Corte di Giustizia UE – Le pronunce Carratù e Papalia
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Corte di Giustizia UE – Le pronunce Carratù e Papalia

Corte di Giustizia UE – Le pronunce Carratù e Papalia

Corte di Giustizia UE – Le pronunce Carratù
(art. 32 collegato lavoro) e Papalia
(art. 36 D.Lgs. 165/2001 sul risarcimento del danno per l’utilizzo abusivo dei contratti nel pubblico impiego)
Il default (solo?) giuridico dello Stato italiano


Il 12 dicembre 2013 è stata depositata alla Corte di Lussemburgo la sentenza Carratù[1] ( leggi ), che risolve la questione dell’art. 32 del Collegato lavoro (legge 183/2010) dichiarando sostanzialmente, come vedremo, la inapplicabilità della norma per contrarietà alla Direttiva UE 1999/70, sentenza della quale lo studio aveva già approntato un commento in via di pubblicazione sul sito.

Lo stesso giorno, si è ora scoperto, è anche stata depositata l’ordinanza Papalia[2] ( leggi ), che ha indotto lo studio a sospendere il commento già predisposto e rivederlo alla luce della nuova pronuncia di Lussemburgo, al fine di avere un quadro più completo delle pronunce della Corte europea sull’Italia.

L’ordinanza Papalia è stata resa nel procedimento incidentale promosso dal Tribunale di Aosta che, investito da diverse cause relative alla utilizzazione abusiva di contratti a termine da parte del Comune di Aosta, aveva applicato l’art. 36 del D.Lgs. 165/2001, che vieta la conversione disponendo solo il risarcimento del danno in favore del lavoratore, condannando il Comune a pagare 20 mensilità.

Il Tribunale di Aosta, stava decidendo l’ultima causa in senso analogo, quando è giunta la notizia che la Corte di appello di Torino aveva riformato la sue sentenze precedenti affermando che il Tribunale aveva sbagliato a non considerare che il lavoratore non aveva fornito la prova del danno subito[3] e che dunque non aveva diritto ad alcun risarcimento.

Il Tribunale, vista la decisione del giudice di appello, aveva preso carta e penna e rimesso la questione alla Corte europea, chiedendo se fosse conforme o meno alla Clausola 5 della Direttiva che la tutela obbligatoria del lavoratore contro l’utilizzo abusivo dei contratti a termine nel pubblico impiego non solo non prevede la trasformazione del contratto a tempo indeterminato, ma che anche la misura alternativa prevista dall’ordinamento italiano fosse subordinata ad un onere della prova circa il previsto risarcimento del danno che non potrà mai, di fatto, essere data dall’interessato[4] perché impossibile o troppo ardua da fornire.

L’esame congiunto delle due pronunce impone una trattazione unitaria, poiché si tratta di decisioni tra loro strettamente interconnesse, caratterizzate dalla presenza in entrambi i collegi di due giudici[5] che ben conoscono l’ordinamento italiano[6] e che rischiano di avere effetti dirompenti per lo Stato italiano.

L’ordinanza Papalia cancella in un sol colpo la giurisprudenza della Corte di Cassazione[7] e di buona parte dei giudici di merito italiani, ancorati all’idea che la tutela dello Stato Italiano andasse perseguita a danno dei lavoratori precari ed ipoteca la decisione del procedimento promosso dalla Corte costituzionale nel luglio 2013[8] (altra questione è invece quella, anch’essa ancora pendente avanti alla Corte di Lussemburgo a seguito della rimessione da parte del Tribunale di Napoli , in cui vi sono altre e più delicate questioni da risolvere[9], tra cui quella della possibilità di conversione dei contratti a termine nulli anche nel pubblico impiego o della costituzione di rapporti a tempo indeterminato decorsi i 36 mesi di cui all’art. 5 comma 4 bis del D.Lgs. 368/2001).

La Corte per la prima volta, dopo le numerose sentenze (aventi ad oggetto Poste e Stato italiano, i maggiori creatori della precarietà diffusa e persistente in Italia) afferma, senza mezzi termini, che la normativa italiana osta alla Direttiva UE 1999/70 che impone l’adozione di misura preventive e sanzionatorie (clausola 5) contro la reiterazione abusiva dei contratti a termine, laddove, nell’ipotesi di utilizzo abusivo di contratti a termine da parte di un datore di lavoro pubblico , di una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, preveda soltanto il diritto, per il lavoratore interessato, di ottenere il risarcimento del danno che egli reputi di avere sofferto a causa di ciò, restando esclusa qualsiasi trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, quando il diritto a detto risarcimento è subordinato all’obbligo, gravante su detto lavoratore, di fornire la prova di avere dovuto rinunciare a migliori opportunità di impiego , se detto obbligo ha come effetto di rendere praticamente impossibile., o eccessivamente difficile, l’esercizio da parte del citato lavoratore, dei diritti conferiti dall’ordinamento dell’unione.

Le conseguenze di tale decisione rischiano di essere pesanti per l’Italia, che potrebbe esser sommersa da decine di migliaia di cause di risarcimento[10].

Ma questo a parte – che era abbastanza prevedibile – è soprattutto il contenuto della decisione che stupisce per la sua durezza.

Intanto la Corte ha deciso con Ordinanza e ciò nonostante la pubblica amministrazione convenuta in causa avesse espressamente richiesto la discussione pubblica: evidentemente a Lussemburgo ne avevano viste troppe per perdere altro tempo con l’Italia.

Indicativo è poi l’incipit della ricostruzione della causa dove (punto 8) si legge: il signor Papalia ha lavorato alle dipendenze del Comune di Aosta, quale direttore della banda municipale, in base ad una successione di contratti a termine dal 1983, dopo di che (punto 9) prosegue: con lettera datata 17 luglio 2012, il Comune di Aosta ha informato il signor Papalia del fatto che , a partire dal 30 giugno 2012, data di scadenza del suo ultimo contratto di lavoro a tempo determinato, esso intendeva porre termine al loro rapporto di lavoro.

Parole di pietra, come si vede, tanto per far capire cosa succede nelle remote province dell’impero dell’Unione: un lavoratore utilizzato a termine per la bellezza di trent’anni, che si vede liquidato, retroattivamente, in data 17 luglio, con effetto dal 30 giugno!

Con analoga durezza, venata da una sottile ironia, vengono trattate le difese del Governo italiano che, si dice al punto 27 dell’ordinanza, si sostanziano nella possibilità di provare da parte del lavoratore con presunzioni l’esistenza del danno che egli ritenga di avere sofferto a causa dell’utilizzo abusivo di una successione di contratti e che il lavoratore potrebbe invocare, in tale cornice , elementi gravi, precisi e concordanti i quali, benché non possono esser qualificati come prova compiuta, potrebbero tuttavia fondare il convincimento del giudice riguardo all’esistenza di un danno siffatto. La risposta della Corte è al punto 33: spetta al giudice nazionale procedere alle verifiche del caso. In tale cornice è suo compito anche esaminare in che misura, ammesso che risultino provate, le affermazioni del governo italiano, richiamate nel punto 27 della presente ordinanza, possono agevolare quest’onere della prova e di conseguenza incidere sull’analisi concernente il rispetto del principio di effettività che deve connaturare la natura sanzionatoria di cui alla clausola 5 della Direttiva.

La Corte, infatti, dopo essersi pronunciata con ben tre decisioni[11] sui precari di Poste italiane e tre sulle Amministrazioni italiane[12], dopo avere toccato con mano gli interventi retroattivi del legislatore italiano nel settore Scuola[13], non poteva non avere presente le risultanze di ben due procedimenti di infrazione aperti dalla Commissione europea nei confronti dello Stato italiano per violazione della Direttiva nel settore scuola e che riguardano decine di migliaia di lavoratori precari[14].

In questa situazione, del tutto inaspettata, arriva alla Corte un’ordinanza anche dal Comune di Aosta dalla quale si desume che il precariato pubblico italiano non è relegato solo al settore scuola[15] ed alla sua rivendicata disciplina speciale di reclutamento o al limitato settore di Poste italiane, ma è ormai una metastasi che riguarda l’intero settore del pubblico impiego, contrassegnato dall’assenza di concorsi e dal massiccio utilizzo di personale precario per coprire i vuoti di personale[16].

Questo è dunque il quadro in cui si inserisce e va letta la decisione di Lussemburgo, a cui si aggiunge la sentenza Carratù che, come è noto, riguarda l’ (ammirevole) intervento dello Stato in soccorso di Poste italiane, finalizzato a recuperare i risarcimenti del danno liquidati ai precari di Poste che, a causa della strenua resistenza dell’azienda pubblica nei giudizi, hanno spesso raggiunto cifre consistenti.

Questi importi, incassati in modo perfettamente legittimo dai lavoratori sulla base della giurisprudenza consolidata dei giudici italiani, Cassazione compresa, sono stati “espropriati” con una legge retroattiva (l’art. 32 del Collegato lavoro) approvata a spron battuto da un compiacente parlamento e salvata dalla Corte costituzionale[17] a cui si è prontamente adeguata la – pur inizialmente riottosa[18] – Cassazione e la gran parte dei giudici di merito , salvo lodevoli eccezioni, rimaste isolate[19].

Con la conseguenza che i procedimenti giudiziali contro le sentenze che avevano correttamente deciso la misura del risarcimento sono state oggetto di impugnazione in appello ed in Cassazione e quest’ultima, anche a fronte di ricorsi di Poste del tutto infondati, li ha accolti rimettendo nuovamente le parti avanti al giudice di merito perché rideterminasse la misura del risarcimento dovuto. Ciò ha comportato in primo luogo un moltiplicarsi esponenziale di nuovi giudizi, con buona pace delle lamentele sull’eccessività del contenzioso in materia di lavoro[20] e sul giusto processo[21].

Ma non solo: l’applicazione dell’art. 32 ha consentito a Poste di ricattare i lavoratori e raccogliere massicce adesioni agli accordi di favore, velocemente firmati dai sindacati, che hanno visto i lavoratori costretti ad indebitarsi con il datore di lavoro che ha così acquisito personale fidelizzato a vita (anche con la forzosa apertura di un conto corrente con bancoposta) in forza dell’obbligo di restituzione di quanto pur legittimamente percepito secondo la normativa di legge all’epoca in vigore , con l’aggiunta di interessi, tasse e contributi: questi ultimi due non dovuti e che dovranno essere restituiti ai lavoratori[22].

Ad aggravare la situazione è poi intervenuta la legge Fornero la quale ha chiarito che l’indennità di cui all’art. 32 del collegato lavoro è onnicomprensiva e ricomprende anche la posizione contributiva del lavoratore, con la conseguenza che ove la sentenza che liquida il risarcimento intervenga in grado di appello o, addirittura di Cassazione, il periodo trascorso tra la proposizione del giudizio, ove il lavoratore non abbia reperito nelle more altra occupazione, resta del tutto scoperto, con evidente risparmio per il datore di lavoro inadempiente[23] che si è avvantaggiato del tempo del processo. Il lavoratore, invece, non potrà avere alcun beneficio dalla durata del processo: insomma, una norma chiaramente a senso unico[24].

In questa situazione, il Tribunale di Napoli si è quindi rivolto alla Corte europea[25], formulando sette domande alla Corte che è qui bene riportare per esteso, per i motivi che si spiegheranno più oltre:

1) Se sia contrario al principio di equivalenza una disposizione di diritto interno che, nella applicazione della direttiva 1999/70/Ce preveda conseguenze economiche, in ipotesi di illegittima sospensione nella esecuzione del contratto di lavoro, con clausola appositiva del termine nulla, diverse e sensibilmente inferiori rispetto ipotesi di illegittima sospensione nella esecuzione del contratto di diritto civile comune, con clausola appositiva del termine nulla;
2) Se sia conforme all’Ordinamento europeo che, nell’ambito di sua applicazione, la effettività di una sanzione avvantaggi il datore di lavoro abusante, a danno del 45 lavoratore abusato, di modo che la durata temporale, anche fisiologica, del processo danneggi direttamente il lavoratore a vantaggio del datore di lavoro e che l’efficacia ripristinatoria sia proporzionalmente ridotta all’aumentare della durata del processo, sin quasi ad annullarsi;
3) Se, nell’ambito di applicazione dell’Ordinamento europeo ai sensi dell’art 51 della Carta di Nizza, sia conforme all’art 47 della Carta ed all’art 6 Cedu che la durata temporale, anche fisiologica, del processo danneggi direttamente il lavoratore a vantaggio del datore di lavoro e che l’efficacia ripristinatoria sia proporzionalmente ridotta all’aumentare della durata del processo, sin quasi ad annullarsi;
4) Se, tenuto conto delle esplicazioni di cui all’art 3, comma 1, lett. c, della direttiva 2000/78/Ce ed all’art. 14, comma 1, lett. c, della Direttiva 2006/54/Ce nella nozione di condizioni di impiego di cui alla Clausola 4 della direttiva 1999/70/Ce siano comprese anche le conseguenze della illegittima interruzione del rapporto di lavoro;
5) In ipotesi di risposta positiva al quesito che precede, se la diversità tra le conseguenze ordinariamente previste nell’Ordinamento interno per la illegittima interruzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed a tempo determinato siano giustificabili ai sensi della clausola 4;
6) se i princìpi generali del vigente diritto comunitario della certezza del diritto, della tutela del legittimo affidamento, della uguaglianza delle armi del processo, dell’effettiva tutela giurisdizionale, a un tribunale indipendente e, più in generale, a un equo processo, garantiti dall’art. 6, n. 2, del Trattato sull’Unione europea (così come modificato dall’art. 1.8 del Trattato di Lisbona e al quale fa rinvio l’art. 46 del Trattato sull’Unione) – in combinato disposto con l’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e con gli artt. 46, 47 e 52, n. 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, come recepiti dal Trattato di Lisbona – debbano essere interpretati nel senso di ostare all’emanazione da parte dello Stato italiano, dopo un arco temporale 46 apprezzabile (9 anni), di una disposizione normativa, quale il comma 7 dell’art 32 della legge n. 183/10 alteri le conseguenze dei processi in corso danneggiando direttamente il lavoratore a vantaggio del datore di lavoro e che l’efficacia ripristinatoria sia proporzionalmente ridotta all’aumentare della durata del processo, sin quasi ad annullarsi;
7) ove la Corte di Giustizia non dovesse riconoscere ai principi esposti la valenza di principi fondamentali dell’Ordinamento dell’Unione europea ai fini di una loro applicazione orizzontale e generalizzata e quindi la sola una contrarietà di una disposizione, quale l’art 32, commi da 5 a 7, della legge n. 183/10 agli obblighi di cui alla direttiva 1999/70/Ce e della Carta di Nizza se una società , quale la convenuta, avente le caratteristiche di cui ai punti da 55 a 61 debba ritenersi organismo statale, ai fini della diretta applicazione verticale ascendente del diritto europeo ed in particolare della clausola 4 della direttiva 1999/70/Ce e della Carta di Nizza.
Come si vede, i sette quesiti sono in ordine logico, sicché l’accoglimento di anche uno solo dei primi avrebbe comportato la valutazione che la normativa italiana “osta” a quella europea e così rendendo superfluo l’esame dei successivi (o comunque una ulteriore valutazione di quelli successivi si sarebbe solo aggiunta a confermare, sotto un ulteriore profilo ed a maggior ragione, la contrarietà della norma nazionale a quella comunitaria).

La Corte di Lussemburgo invece, del tutto inaspettatamente, esamina in primo luogo il settimo quesito, ovvero l’ultimo in ordine logico e sistematico, affermando chiaramente che Poste italiane va considerata come Stato e che la clausola 4 della Direttiva UE 1999/70, quella che vieta discriminazione tra lavoratori a tempo indeterminato comparabili e lavoratori assunti con contratto a termine, si applica quindi direttamente[26] nei rapporti tra i lavoratori e la società.

Si tratta qui di una decisione di notevole importanza. Così facendo, infatti, la Corte europea non fa altro che prendere atto di una realtà che in Italia si continua a negare: ovvero che le norme approvate dal legislatore italiano in favore di Poste sono norme che lo stato approva nel suo interesse diretto, essendo Poste unicamente un braccio operativo dello Stato.

E peraltro, tale riconoscimento spiega il successivo sviluppo della motivazione della sentenza.

La Corte infatti, passa ad esaminare la quarta questione (punti 32 e segg.), dichiarando che, secondo la sua più costante giurisprudenza, ampiamente citata, le indennità spettanti a seguito della risoluzione del rapporto di lavoro (e dunque anche quella di cui è causa, come del resto il preavviso o l’indennità dovuta a seguito di licenziamento di lavoratore a tempo indeterminato) riguarda le condizioni di lavoro[27] ed è dunque soggetta al principio di non discriminazione di cui alla clausola 4 della Direttiva.

Viene poi affrontata la quinta questione (punti 39 e seguenti della sentenza), accogliendo, in parte le conclusione dell’avvocato generale Wahl[28], nel senso di riconoscere che la clausola 4 della Direttiva consente una differenziazione tra la misura dell’indennità spettante al lavoratore assunto a tempo indeterminato e quello assunto con contratto a termine, non essendo le due situazioni tra loro comparabili[29] sicché (punto 45) si dice : Ne consegue che la parità di trattamento fra i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori a tempo indeterminato comparabili, quale imposta dalla clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro, non trova applicazione in una controversia come quella oggetto del procedimento principale.

Sembrerebbe a questo punto che si vada verso la dichiarazione di compatibilità dell’art. 32 con la Direttiva.

Sennonché la Corte, senza che nessuna delle parti in causa abbia affrontato la questione, osserva che :

46 Ciò nondimeno va precisato che la clausola 8, punto 1, dell’accordo quadro dispone che «[g]li Stati membri e/o le parti sociali possono mantenere o introdurre disposizioni più favorevoli per i lavoratori di quelle stabilite nel presente accordo».

47 Più specificamente, se la formulazione della clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro non consente di ritenere che l’indennità che sanziona l’illecita apposizione di un termine ad un contratto di lavoro e quella corrispondente all’interruzione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato si riferiscano a lavoratori che si trovano in situazioni comparabili, dal combinato disposto delle summenzionate clausole 4, punto 1 , e 8, punto 1, risulta che queste legittimano gli Stati membri che lo desiderino a introdurre disposizioni più favorevoli ai lavoratori a tempo determinato e, pertanto, ad assimilare, in un’ipotesi come quella in discussione nel procedimento principale, le conseguenze economiche della illecita conclusione di un contratto di lavoro a tempo determinato a quelle che possono derivare dalla illecita interruzione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

E conclude:

48 Di conseguenza, è d’uopo rispondere alla quinta questione dichiarando che, sebbene l’accordo quadro non osti a che gli Stati membri introducano un trattamento più favorevole rispetto a quello previsto dall’accordo stesso per i lavoratori a tempo determinato, la clausola 4, punto 1, di detto accordo quadro deve essere interpretata nel senso che non impone di trattare in maniera identica l’indennità corrisposta in caso di illecita apposizione di un termine ad un contratto di lavoro e quella versata in caso di illecita interruzione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Ciò chiarito la sentenza si chiude affermando che, viste le soluzione fornite alla quarta e quinta questione, non è necessario pronunciarsi sulle restanti.

La sentenza è dunque chiarissima. Per capirci meglio occorre considerare:

– che la Corte afferma che la clausola 4 può essere applicata direttamente nei rapporti tra i lavoratori e Poste italiane, poiché quest’ultima società è da considerarsi Stato;

– che, pur non essendovi l’obbligo di equiparare la misura dell’indennità dovuto al lavoratore assunto a termine a quella del lavoratore a tempo indeterminato, la Direttiva non osta a che gli stati membri decidano di introdurre o mantenere condizioni di miglior favore per i lavoratori assunti a tempo determinato, ad esempio assimilando in un’ipotesi come quella in discussione nel procedimento principale, le conseguenze economiche della illecita conclusione di un contratto di lavoro a tempo determinato a quelle che possono derivare dalla illecita interruzione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato (punto 47);

– ciò in base alla lettura combinata della clausola 4 e 8.1 della Direttiva, con la conseguenza che, una volta effettuata la scelta di parificare, come è stato fatto nel nostro ordinamento al momento della approvazione del D.Lgs. 368/2001, in continuità, del resto, con la precedente disciplina di cui alla legge 230/1962, le conseguenze dell’illegittimità del termine attraverso la ricostituzione del rapporto[30] , con la reintegrazione prevista per i lavoratori a tempo indeterminato (art. 18 Statuto), scatta la tutela della clausola 4, con il connesso divieto di discriminazione. Una volta alzata “l’asticella”, in altri termini, non è concesso tornare indietro.

Che questa sia la lettura della sentenza trova piena conferma dal fatto che la Corte, un volta concluso in questi termini, ritenga (punto 49) inutile affrontare le altre questioni sollevate dal tribunale di Napoli, e, segnatamente, la sesta questione, che riguardava la violazione del principio del giusto processo[31] e che avrebbe dovuto necessariamente essere affrontata laddove si fosse ritenuta conforme la normativa nazionale con la Direttiva.

Nessun dubbio quindi sulla inapplicabilità dell’art. 32 del collegato lavoro per chi ha ancora una causa in corso, magari perché si è visto rinviare la causa dalla Cassazione alla Corte di appello.

Per quanto riguarda coloro i quali si sono visti definire la causa con l’applicazione dell normativa ritenuta contraria a quella europea (e sono quindi costretti a restituire importi legittimamente percepiti) lo studio sta valutando, insieme all’avv. De Michele (del quale si pubblicherà a breve un ampio commento sulle sentenze di cui si è qui parlato) la predisposizione di un ricorso contro lo Stato italiano per la violazione della normativa europea.

Sul punto si tornerà a breve al fine di indicare le opportune modalità di azione, per chi vi abbia interesse.

Roma, 7 gennaio 2014.

Sergio Galleano.

      ALLEGATI
      ALLEGATI

[1] In proc. C-361/12: si veda, su questo sito, settore varie: •       Art. 32 Collegato lavoro – Udienza in Corte europea del 5 giugno 2013 ed i vari altri interventi sul tema, sempre nello stesso settore.
[2] In proc. C-50/13. Si veda, nel settore pubblico impiego: •
       Corte di giustizia europea – procedimento incidentale Papalia C-50/13 – Le osservazioni della Commissione europea e gli altri interventi ivi richiamati.
[3] Si veda, sempre nel settore pubblico impiego, l’intervento: •
       La Cassazione cambia idea sul risarcimento del danno in ipotesi di reiterazione abusiva dei contratti a termine – La sentenza 26951/13 ne sancisce la natura sanzionatoria e non solo risarcitoria dove si riscostruisce la questione e si commenta la recente sentenza della Cassazione che muta la sua giurisprudenza sul punto.
[4] Sul punto si veda, specificamente: •
      Cass. 10127/2012 – Personale della scuola – condanna a vita al precariato Commissione europea – apertura di procedimenti di infrazione nei confronti dello Stato italiano per la situazione del precariato nella scuola. Come uscire dal corto circuito? .
[5] A.O Caimb e C.Toader, il primo relatore nella Papalia, la seconda relatrice nella Carratù.
[6] Toader (rumena) era nel collegio che decise la causa Sorge c/ Poste italiane (V. nel settore Poste: •
      La corte di Giustizia dell’Unione europea decide sui contratti ex art. 1 del D.lgs. 368/2001 per esigenze sostitutive ed ivi i richiami agli atti del procedimento) e nel collegio della causa Scattolon (nel settore pubblico impiego: • Personale ATA della scuola – Passaggio dagli enti locali allo Stato ex legge 124/99 – mancato riconoscimento dell’anzianità di servizio con conseguente perdita retributiva in forza di legge di interpretazione autentica n. 266/2005 – Violazione della Direttiva CE 77/187 – Corte di Giustizia UE 6.9.2011). Coimb (irlandese) era relatore nella sentenza Affatato (si veda, nel settore pubblico impiego: • Contratti a termine nel pubblico impiego – Disciplina nazionale italiana – art. 5 del D.lgs. 368/2001: conversione automatica a tempo indeterminato del rapporto dopo 36 mesi – Applicabilità al pubblico impiego – Ordinanza della Corte di giustizia del 1.10.2010), sempre relatore nella causa Vino (nel settore Poste si veda: •       Contratti art. 2 comma 1 bis (causale finanziaria) – non contrarietà della norma all’ordinamento europeo – Ordinanza 11.11.2010 in causa C-10/2010)e componente del collegio nella causa Sibilio (causa C-157/11 del 15.03.12, dove si riconosce che i lavoratori LSU, ove svolgano attività identica ai lavoratori di ruolo, possono vedersi riconoscere la natura subordinata del rapporto).
[7] Che però, come si è detto nella nota 3, ha da poco mutato orientamento, probabilmente anche in previsione della pronuncia della Corte europea qui in commento. Si ricorda peraltro che la Corte di cassazione ha di recente dimostrato una notevole apertura, sia decidendo sull’applicabilità alle farmacie comunali di Livorno del D.Lgs. 368/2001 (Cass.23702/13) che “aprendo” alla possibilità di esame della conversione dei contratti pubblici da parte del Giudice ordinario (Cass. Sez. unite n. 13796/12). A ciò si aggiunga l’ordinanza di rimessione alla Corte UE sullavoro marittimo (si veda, in questo settore: • Lavoro nautico – Contratti a termine successivi – Disciplina di cui al codice della navigazione (artt. 325 e segg. R.D. 327/1942) – Possibile contrato con la Direttiva UE 1999/70 – rinvio pregiudiziale alla Corte europea – Cass. n. 15560 del 20.06.13).
[8] Si veda, in pubblico impiego: • Disciplina di reclutamento nella scuola che consente la reiterazione infinita di contratti a termine per il personale docente ed ATA – Compatibilità con la Direttiva UE 1999/70 che impone l’adozione di misure preventive e sanzionatorie contro tale reiterazione – Corte costituzionale – ordinanze 106 e 107 del 2013 – questione di pregiudizialità alla Corte europea
[9] Si veda , pubblico impiego: • Pubblico impiego – Lavoratori della Scuola – Applicabilità dell’art. 5 comma 4 bis del D.Lgs. 368/2001 negata dalla Corte di Cassazione 10127/2012 – Questione di pregiudizialità avanti alla Corte europea – Ordinanza Tribunale di Napoli del 2 gennaio 2013 e • Corte europea – Lavoratori della Scuola – Applicabilità dell’art. 5 comma 4 bis del D.Lgs. 368/2001 negata dalla Corte di Cassazione 10127/2012 – Questione di pregiudizialità avanti alla Corte europea – Le osservazioni scritte della parte lavoratrice
[10] Anche se, come già si è precisato in altri interventi (vedi nota 3), è possibile che tale incombente conseguenza agevoli una politica di regolarizzazione del precariato.
[11] Le sentenza Sorge e le due ordinanze Vino, già richiamate in nota 6.

[12] Pronunce Morrosu e sardino, Vassallo e Affatato, richiamate in nota 6.

[13] Sentenza Scattolon sul personale ATA, già richiamata in nota 6.
[14] Si veda ancora il già richiamato intervento: • Cass. 10127/2012 – Personale della scuola – condanna a vita al precariato Commissione europea – apertura di procedimenti di infrazione nei confronti dello Stato italiano per la situazione del precariato nella scuola. Come uscire dal corto circuito?
[15] Comunque oggetto delle successive ordinanze del Tribunale di Napoli (si veda, nel settore pubblico impiego: • Pubblico impiego – Lavoratori della Scuola – Applicabilità dell’art. 5 comma 4 bis del D.Lgs. 368/2001 negata dalla Corte di Cassazione 10127/2012 – Questione di pregiudizialità avanti alla Corte europea – Ordinanza Tribunale di Napoli del 2 gennaio 2013 ) e della corte costituzionale (sempre nel setto stesso settore • Disciplina di reclutamento nella scuola che consente la reiterazione infinita di contratti a termine per il personale docente ed ATA – Compatibilità con la Direttiva UE 1999/70 che impone l’adozione di misure preventive e sanzionatorie contro tale reiterazione – Corte costituzionale – ordinanze 106 e 107 del 2013 – questione di pregiudizialità alla Corte europea)
[16] Si pensi al personale del servizio immigrazione impiegato presso il Ministero degli interni, costituito nella pressoché totalità da personale precario, così come nel settore degli enti locali , per arrivare all’assurdo nel caso dell’istituto di vulcanologia in Italia, tutto costituito da personale assunto con contratto a tempo determinato.
[17] Nel settore varie: • La sentenza 303 del 11.11.11 della Corte costituzionale sul collegato lavoro e la risposta del Tribunale di Napoli del 16.11.11
[18] Si veda, nel settore varie: • Collegato lavoro – la Cassazione rimette alla Consulta la questione di costituzionalità dell’art. 32, commi 5 e 6 della legge 183/2010 e • De profundis collegato lavoro – art. 32, commi 6 e 7 – il parere del Massimario della Cassazione
[19] Tra le tante: • Contratti a termine – risarcimento del danno ex art. 32 Collegato lavoro – Corte appello Roma sentenza 267/2012 – oltre all’indennità spettano le retribuzioni dal deposito della domanda giudiziale
[20] Si consideri che la Corte di Cassazione sconta ritardi di oltre due anni per lo smaltimento del contenzioso di Poste italiane che ha raddoppiato il numero dei procedimenti e che solo negli ultimi tempi ha iniziato a risolversi grazie all’impegno e all’abnegazione di alcuni magistrati della sezione lavoro che si sono dedicati a tempo pieno e oltre per smaltire l’arretrato.
[21] Che dovrebbe vedere chiudere i processi nel minor tempo possibile.

[22] E anche qui ci vorrà una causa; e chissà quanti, spaventati da dovere iniziare un nuovo contenzioso, piegheranno la testa, dandola vinta ancora una volta allo Stato italiano.
[23] Peraltro, nella fattispecie, lo stesso Stato italiano, visto che il regime previdenziale dei dipendenti Poste è quello statale dell’ex Ipost.

[24] Va detto che in merito a tale norma il Tribunale di Napoli ha sollevato una ulteriore questione, tuttora pendente alla Corte europea (causa D’Aniello C-89/13) e che verrà probabilmente decisa con ordinanza analoga a quella qui in commento.
[25] Si veda, nel settore varie: • Art. 32 legge 183/2010 (cd. Collegato lavoro) – Compatibilità con l’ordinamento europeo – Rimessione alla Corte di giustizia dell’Unione europea – Tribunale Napoli 13.06.2012 e successivi interventi sullo sviluppo del procedimento.
[26] Per maggiore comprensione va qui precisato, semplificando al massimo, che le norme delle direttive possono avere applicazione diretta (tra stato e cittadino) e indiretto (tra privati) a seconda che il loro contenuto sia chiaro ed incondizionato (nel primo caso), ovvero lasci margini di discrezionalità agli stati membri nella sua applicazione (nel secondo): è evidente la differenza, tenuto conto che in caso di applicazione diretta il giudice nazionale può e deve disapplicare direttamente la norma nazionale contraria a quella europea , mentre il suo sindacato è più complesso nel caso di applicazione indiretta, poiché dovrà cercare una soluzione interpretando le norme nazionali in modo da garantire il risultato perseguito dalla norma europea, con evidenti maggiori difficoltà applicative ed interpretative. Tra l’altro nell’ordinamento italiano, in caso di applicazione indiretta il giudice nazionale ove non trovi una soluzione nel nostro ordinamento è tenuto alla rimessione ala Corte costituzionale per la violazione degli artt. 11 e 117 costituzione, così complicando il soddisfacimento della tutela del singolo che si è a lui rivolto.
[27] Si consideri, sotto tal profilo, che anche la pensione maturata in conseguenza del rapporto di lavoro è, per la normativa europea, retribuzione, non essendovi, come in Italia, differenza tra regime retributivo e previdenziale.
[28] L’avvocato generale (si vedano i punti 81 e segg. delle conclusioni dell’avv. Wahl, reperibili sul sito della Corte: www.curia.europa.eu, digitando, nell’apposito campo il n° della causa) aveva fatto distinzioni tra le due figure nel senso che le aspettative tra chi ha un lavoro a tempo indeterminato sono diverse e più pregnanti di quelle che può vantare il lavoratore assunto con contratto a termine il quale, a prescindere dalla nullità del termine ed al diritto alla misura sanzionatoria (riconversione del rapporto o risarcimento) , al momento della sottoscrizione del contratto sapeva di instaurare un rapporto di durata determinata.

[30] Si veda, sul punto, l’intervento fondamentale della Corte di cassazione , nel settore Poste: •Cassazione 12985/2008: la prima sentenza della cassazione sul D.Lgs. 368/2001. La nullità del termine apposto al contratto comporta la conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato

[31] Questioni che la Corte non poteva certamente eludere, visto che erano oggetto della vicenda Scattolon, già richiamata, dove la Corte europea era stata “bruciata” dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo e aveva dovuto “ripiegare” sulla violazione della disciplina del trasferimento di azienda. Sul punto si veda, nel settore varie: • Personale ATA della scuola – anzianità di servizio non riconosciuta – la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia