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GIUDICI DI PACE ITALIANI – AVVIO AL CONTENZIOSO CON UNA RIMESSIONE ALLA CORTE EUROPEA

GIUDICI DI PACE ITALIANI – AVVIO AL CONTENZIOSO CON UNA RIMESSIONE ALLA CORTE EUROPEA

Rimessa alla Corte di Giustizia dell’Unione europea la questione della regolarizzazione dei rapporti dei Giudici di pace: ora il via al contenzioso avanti i Tribunali italiani

 

Da anni i Giudici di pace sono mobilitati per ottenere una ragionevole regolarizzazione della loro posizione, sia sotto il profilo normativo che per quello retributivo e previdenziale.

Ricordiamo che i Giudici di pace sono stati istituiti con la legge 374 del 21 novembre 1991 ed andavano a sostituire i vecchi Giudici conciliatori. In conformità all’art. 97, comma 4, Cost., la legge 374/1991 prevede una procedura concorsuale per l’accesso alla funzione, regolata dagli articoli 4, 4-bis e 5, che si svolge in tre fasi: a) predisposizione di una provvisoria graduatoria per titoli ai fini dell’ammissione al tirocinio; b) svolgimento del tirocinio per una durata di 6 mesi; c) predisposizione della graduatoria definitiva e nomina quale giudice di pace a seguito dei giudizi di idoneità dei consigli giudiziari e del C.S.M.. Come si vede una procedura che, infatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza 4410 del 2011 ritiene configurarsi come “un vero e proprio procedimento paraconcorsuale”, così riconoscendo la piena parificazione ai giudici ordinari e l’appartenenza al corpo giudiziario del paese.

I Giudici di pace coprono attualmente un ruolo fondamentale nella struttura del sistema giudiziario italiano. Le loro competenze spaziano, oltre che nelle cause ordinarie sino al valore di 5.000,00 Euro (aumentati a 20.000,00 per gli incidenti stradali o marittimi) alle cause (qui senza limiti di valore) relative ad apposizione di termini ed osservanza delle distanze stabilite dalla legge, dai regolamenti o dagli usi riguardo al piantamento degli alberi e delle siepi, per le cause relative alla misura ed alle modalità d’uso dei servizi di condominio di case, per le cause relative a rapporti tra proprietari o detentori di immobili adibiti a civile abitazione in materia di immissioni di fumo o di calore, esalazioni, rumori, scuotimenti e simili propagazioni che superino la normale tollerabilità, per le cause relative agli interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali.

Nel settore penale, la competenza va dai reati di minaccia, percosse, diffamazione, invasione di terreni o edifici, alle lesioni colpose lievi, gravi o gravissime, lesioni volontarie che abbiano comportato una prognosi non superiore a venti giorni; il giudice di pace è altresì competente per i reati di ingiuria e di danneggiamento semplice.

Il giudice di pace è poi competente per materia a decidere sul ricorso in opposizione a sanzione amministrativa per violazione di disposizioni del Codice della strada (articoli 204-bis e 205 C.d.S.). È inoltre competente per valore, sino alla somma di € 15.493, in materia di opposizioni avverso le ordinanze-ingiunzione di pagamento di sanzioni amministrative pecuniarie, in base agli articoli 22 e 22-bis della legge 24 novembre 1981 n. 689, ad esclusione delle fattispecie riservate, per materia, al Tribunale.

Infine, con la legge 15 luglio 2009, n. 94 (a decorrere dall’8 agosto 2009), è di competenza del giudice di pace (che già si occupava della convalida dei provvedimenti del prefetto in materia di espulsione dal territorio dello Stato, e dei provvedimenti di accompagnamento alla frontiera o di trattenimento in un centro di accoglienza temporanea emanati dal questore) il nuovo reato di immigrazione clandestina per il quale è previsto un particolare procedimento “a presentazione immediata” in udienza.

Come si vede la competenza del Giudice di pace è amplissima e la percentuale del contenzioso che viene trattato consente la sopravvivenza del sistema giudiziario italiano che, altrimenti, sarebbe al collasso totale. Basti considerare che i giudici di pace in sede civile, nel periodo di un anno (30.06.2013-30.06.2014), hanno definito 1.344.081 procedimenti, mentre, in sede penale, nell’anno solare 2013 (30.01.2013-31.12.2013), hanno definito 172.439 procedimenti. Una fetta considerevole del contenzioso in essere in Italia che, altrimenti, graverebbe sui giudici ordinari.

In origine, la nomina dei Giudici di pace era prevista per un quadriennio, rinnovabile per un massimo di due volte. Considerato il ruolo via via assunto, sempre più rilevante, come si è visto, i loro incarichi sono stati ulteriormente rinnovati e con l’art. 2-bis della legge n. 15 del 27 febbraio 2014 di conversione riforma del decreto legge n. 150 del 30 dicembre 2013 è stata prevista la ulteriore proroga dei termini fissati della legge , confermando le loro funzioni fino al 31 dicembre 2015 al fine di permettere al Parlamento di riformare la magistratura onoraria.

I dati statistici ministeriali attestano l’efficacia dell’Ufficio del Giudice di pace, sia sotto il profilo il profilo della qualità delle decisioni, atteso il basso numero di appelli (3%), che della tempestiva dei giudizi in termini di durata.

Infine, il Giudice di pace è tenuto a garantire la propria costante reperibilità (rapporto di servizio a tempo pieno), al pari del magistrato di carriera. «I giudici di pace sono infatti in servizio non soltanto quando svolgono le attività da ultimo descritte, ma in ogni momento, dovendo essi, al pari dei magistrati ordinari, assicurare la loro immediata reperibilità anche quando non si trovano presso i locali dell’ufficio” (Circolare 15 marzo 2006 del Dipartimento per gli Affari di giustizia in materia di “Razionalizzazione e contenimento delle spese di giustizia», par. 4.3).

Per quanto attiene il loro status, la Cassazione, nella sentenza 19741/2014 (punto 1.2 della motivazione) così osserva: «E’ evidente, infatti, che l’istituzione dei giudici onorari aggregati di cui alla L. n. 276 del 1997 [che regola la nomina di giudici onorari aggregati che presentano modalità di reclutamento non dissimili dai Giudici di pace, n.d.a.] non può in alcun modo ritenersi creazione di un giudice speciale vietato dall’art. 102 Cost., quanto piuttosto affermazione del principio, di cui all’art. 106 Cost., comma 2, secondo cui la legge sull’ordinamento giudiziario può ammettere la nomina di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite ai giudici singoli. Ciò si verifica, ad esempio, per i giudici di pace i quali, pur non essendo magistrati di carriera, sono tuttavia inseriti a pieno titolo nella giurisdizione ordinaria».

Il loro ruolo concreto nell’amministrazione della giustizia è poi ben sintetizzato nella relazione di A. Soprano, Presidente della Corte d’Appello di Torino, Relazione Inaugurazione Anno Giudiziario 2016, «[…] la Magistratura onoraria svolge, da oltre un ventennio, un servizio essenziale per il corretto funzionamento della giustizia. Con l’istituzione dei giudici di pace (1991) si è attuato, invero, un primo e sostanziale effetto deflattivo del carico dei processi. Le Procure delle Repubbliche ed i Tribunali non sarebbero certamente più in grado di svolgere le loro funzioni senza il generoso apporto dei giudici onorari. I giudici di pace non si limitano a svolgere le sole specifiche funzioni ad esse assegnati dal legislatore, ma hanno un loro ruolo e svolgono […] compiti perfettamente identici a quelli riservati ai magistrati ordinari. I Giudici onorari sono “arruolati” attraverso un concorso pubblico per titoli; svolgono un periodo di effettivo tirocinio; sono soggetti a valutazione periodica quadriennale per la conferma, da parte dei CG e del CSM, con procedure che, per le Sezioni Unite della S.C., hanno natura paraconcorsuale; partecipano periodicamente alla formazione, anche centralizzata ed hanno, in media, una buona preparazione tecnico-professionale […] La qualità del lavoro […] è, quindi, di buon livello, come risulta anche dai dati ministeriali contenuti nella citata relazione ministeriale (solo il 3% delle sentenze civili emesse dai giudici di pace sono oggetto di impugnazione). Un giudice di pace tiene, di regola, almeno due o tre udienze a settimana e, negli altri giorni, è impegnato a stendere la motivazione delle sentenze introitate. La legge istitutiva del 1991 impone poi ai giudici onorari gli stessi doveri di correttezza, di lealtà, di laboriosità richiesti ai magistrati ordinari. I pochi magistrati onorari che hanno dimostrato scarsa efficienza e che non sono stati in gradi di svolgere il loro delicato incarico sono stati rimossi o comunque sottoposti a gravi sanzioni disciplinari. E tutto questo viene svolto a fronte di una modesta retribuzione con la quale devono, tra l’altro, pagare, di tasca loro, la previdenza. I magistrati onorari non godono di alcuna tutela assistenziale e previdenziale e non svolgono, di regola, altre attività lavorative. È allora necessario sostenere le giuste rivendicazioni dei magistrati onorari, lavoratori precari che da sempre svolgono, anche con notevoli sacrifici personali, una mole rilevante di lavoro nell’interesse della Giustizia e offrono un contributo divenuto oramai fondamentale e non altrimenti sostenibile. Ai magistrati onorari, privi di adeguato riconoscimento dei loro diritti, va, quindi, con vivo ringraziamento, la solidarietà dei Magistrati di carriera».

Nonostante ciò, del tutto inutili si sono rivelate le istanze finalizzate a rivalutare il loro status, ad adeguare la loro remunerazione economica, anche perché, ormai, negli anni, la loro attività giudiziaria è divenuta pressoché esclusiva per l’ufficio ricoperto e per ottenere i riconoscimenti basilari come il trattamento pensionistico e la tutela della maternità.

Poiché il governo si è dimostrato tenacemente contrario ad una loro istituzionalizzazione e stabilizzazione ed i tentativi della via giudiziaria nazionale si sono rivelati del tutto inutili (e ciò non è stato un bel vedere: la “casta” dei giudici togati si è arroccata a tutela dei propri privilegi, rendendo sentenze anche offensive nei confronti dei Giudici di pace, considerati giudici di “serie B”: si veda quella del Tribunale di Sassari del 15 giugno 2017) è stato giocoforza rivolgersi alle istituzioni europee.

Le quali, come sempre accade, invece che rimanere arroccate a fumose questioni di bizantinismi giurisprudenziali (come la difesa del feticcio del concorso a fronte di conclamati abusi nell’utilizzo dei contratti a termine) sono andate al sodo delle questioni. E così ricordiamo:

  •  la decisione del Comitato europeo dei diritti sociali sul reclamo collettivo n.102/2013 pubblicato il 16 novembre 2016 in materia di diritti previdenziali dei Giudici di Pace, il quale accerta, all’unanimità, la violazione della dell’art. E combinato con l’art. 12 § 1 della Carta sociale europea da parte dello Stato italiano con riferimento alla situazione previdenziale dei Giudici di pace.
  • la comunicazione DG EMPL/B2/DA-MAT/sk (2016), con cui la Commissione Ue ha chiuso con esito negativo il caso EU Pilot 7779/15/EMPL, preannunciando la prossima apertura di una procedura di infrazione, sulla compatibilità con il diritto UE della disciplina nazionale che regola il servizio prestato dai magistrati onorari (giudici e viceprocuratori), in materia di reiterazione abusiva di contratti a termine (clausola 5 dell’accordo quadro recepito dalla Direttiva 1999/70/CE), di disparità di trattamento in materia di retribuzione (clausola 5 dell’accordo quadro recepito dalla Direttiva 1999/70/CE), di ferie (art.7, Direttiva 2003/88, in combinato disposto con la clausola 4 dell’accordo quadro recepito dalla Direttiva 97/81/CE e con la clausola 4 dell’accordo quadro recepito dalla Direttiva 1999/70/CE) e di congedo di maternità (art.8 Direttiva 92/85 e art.8 Direttiva 2010/41)
  • la comunicazione del 23 marzo 2017 prot. D 304831, con cui la Presidente della Commissione per le Petizioni del Parlamento Ue, Signora Cecilia Wikström, all’esito della riunione del 28 febbraio 2017 in cui sono state discusse le petizioni nn. 1328/2015, 1376/2015, 0028/2016, 0044/2016, 0177/2016, 0214/2016, 0333/2016 e 0889/2016 sullo statuto dei giudici di pace in Italia, ha invitato il Ministro della Giustizia a trovare un equo compromesso sulla situazione lavorativa dei Giudici di Pace, per eliminare la «palese disparità di trattamento sul piano giuridico, economico e sociale tra Magistrati togati e onorari»

Senza dimenticare la precedente nota sentenza O’Brien del 1 marzo 2012 (C-393/10, ECLI:EU:C:2012:110) della Corte di Giustizia europea che si pronuncia sulla situazione dei giudici onorari inglesi, rimarcando, anche qui, la mancanza di tutela previdenziale.

A tale situazione il parlamento italiano ha risposto con un provvedimento legislativo emesso sulla base della legge delega di riforma dei settore dei giudici onorari (legge 57/2016), ovvero la legge 116/2017, che al posto di risolvere i problemi della magistratura onoraria, elimina di fatto le condizioni che avevano portato all’abuso.

La norma infatti prevede che i Giudici di pace non potranno lavorare per parte della settimana, avranno un limitato numero di cause, saranno posti sotto le direttive del presidente del Tribunale, perdendo, di fatto, ogni autonomia.

Insomma, al posto di intervenire per rivalutare e riconoscere la professionalità ormai raggiunta dai Giudici di Pace, il parlamento ha preferito smantellare tutta la struttura gettando via anni ed anni di esperienze acquisite.

Tutto ciò con conseguente pregiudizio sia per quei giudici di pace che avevano da anni operato a tempo pieno nel loro ufficio, troncandosi ogni chance di diversa carriera, che ora si ritrovano a a lavoro e retribuzione dimezzata sia per l’amministrazione della giustizia che vedrà inevitabilmente perdere professionalità che saranno costrette a rivolgersi a diverse attività. La situazione, a dir poco disastrosa, del provvedimento è ben descritta negli articoli pubblicati su “Questione giustizia” (il sito di Magistratura democratica), ad opera del giudice di pace avv. Moretti e del docente di diritto processuale di Siena prof. Giuliano Scarselli, ai quali si rinvia.

E così, lo stesso giorno di entrata in vigore della legge, la questione è stata rimessa con ordinanza alla Corte di giustizia dell’Unione europea, a seguito della prestazione di procedimento per decreto ingiuntivo da parte di un collegio di difesa costituito, oltre da chi scrive, dall’avv. Vincenzo De Michele, dai titolari delle cattedre di diritto del lavoro di Reggio Calabria prof. Giorgio Fontana, di Catania prof. Bruno Caruso, di Perugia prof. Stefano Giubboni e dall’avv. Domenico Mesiti, noto esperto di diritto previdenziale.

Il medesimo collegio difensivo sta approntando, unitamente alle organizzazioni sindacali dei Giudici di pace, i ricorsi davanti ai giudici ordinari italiani, che verranno presentati da settembre, chiedendo la loro stabilizzazione e la regolarizzazione retributiva e contributiva.

Roma, 17 agosto 2017.

Sergio Galleano