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LA CASSAZIONE 14527/18 SUI CINQUE LICENZIATI DELLA FIAT

LA CASSAZIONE 14527/18 SUI CINQUE LICENZIATI DELLA FIAT

La Corte di cassazione, con la sentenza 14527/2018, ha confermato il licenziamento dei cinque operai sindacalisti che avevano inscenato il finto suicidio dell’amministratore delegato di FCA

 

La storia è nota, avendone ampiamente scritto i giornali, ripresi da tutti i mass media.

Il 5 giugno 2014, cinque sindacalisti della FCA (la vecchia Fiat)  dopo che tre loro colleghi si erano tolti la vita, lamentando le condizioni di lavoro in quello che chiamavano “Il reparto-confino” di Nola, dove l’azienda li aveva trasferiti, avevano deciso di porre in essere un’azione dimostrativa.

Per denunciare quel fatto e farlo riprendere dai mass media, secondo i cinque non bastavano gli scioperi o “i cortei dove le prendiamo e basta”, come riferiva il Manifesto dell’epoca. Serviva la satira, declinata in modo eclatante e graffiante. Per questo avevano inscenato il suicidio di un quarto lavoratore Fiat: nientemeno che l’Ad Sergio Marchionne, sventolando un manichino penzolante davanti alla sede della Rai che rappresentava il suicidio dell’amministratore delegato; leggendo la lettera d’addio che, si immaginava, il fantoccio-Marchionne, in preda al rimorso, aveva lasciato all’azienda, chiedendo che i 316 lavoratori, a loro avviso “deportati” a Nola, tornassero a Pomigliano, dove vi erano interi reparti vuoti.

Pensavano di avere posto in essere una protesta che, a loro avviso, finalmente consentiva di rendere nota al pubblico la difficile situazione aziendale di quegli anni, che ha visto una drastica ristrutturazione degli organici della vecchia Fiat, con pesanti ricadute sui livelli di occupazione, sulle condizioni di lavoro in fabbrica e, come è noto, sui livelli salariali dei dipendenti.

Non è un caso che la Fiat (poi FCA, con l’acquisizione della Chrysler americana) era all’epoca uscita da confindustria e aveva siglato un nuovo contratto di lavoro (denominato “Contratto collettivo specifico di lavoro”, acronimo: CCSL, citato nella sentenza qui in commento) che gli operai ritenevano dettasse condizioni di lavoro peggiori di quelle del contratto nazionale dei metalmeccanici.

La Fiat non la prese affatto bene e li licenziò per giusta causa.

I lavoratori ovviamente ricorsero al giudice del lavoro di Nola che rigettò il  loro ricorso ritenendo legittimo il licenziamento.

La Corte di appello di Napoli ribaltava la sentenza di primo grado e, come si legge nella sentenza della Cassazione, «escludeva la sussistenza della giusta causa e, in particolare, la ricorrenza di un grave nocumento morale o materiale a danno della società richiesto dall’art. 32, lett. b), del contratto collettivo specifico di lavoro, ritenendo che la macabra rappresentazione scenica – nell’area antistante il fabbricato aziendale di (OMISSIS) e all’ingresso della sede regionale della Radiotelevisione italiana, in data (OMISSIS), e dinanzi l’ingresso dello stabile aziendale di (OMISSIS), il (OMISSIS) – del finto suicidio dell’amministratore delegato della società tramite impiccagione su un patibolo accerchiato da tute macchiate di rosso (a mo’ di sangue) e del successivo funerale con contestuale affissione di un manifesto, a mo’ di testamento, ove si attribuivano all’amministratore stesso le morti per suicidio di alcuni lavoratori e la deportazione di altri allo stabilimento di (OMISSIS), dovesse essere inquadrata nell’esercizio del legittimo diritto di critica dei dipendenti, in quanto rispettosa dei limiti di continenza sostanziale (per la rispondenza al criterio della verità soggettiva, in considerazione della lettera lasciata da uno dei dipendenti morto suicida che riconduceva la ragione della tragica scelta alla condizione lavorativa e delle opinioni dello stesso tenore rilasciate da altra dipendente suicidatasi nel (OMISSIS)) e di continenza formale (per l’assenza di violenza o di espressioni offensive, sconvenienti o eccedenti lo scopo della denuncia che si voleva realizzare e trattandosi di fatti già portati all’attenzione dell’opinione pubblica)».

La FCA ricorreva in cassazione avverso la decisione della Corte di appello di Napoli, argomentando le sue critiche alla sentenza in undici motivi. I primi sei, che sono quelli poi accolti dalla Corte, riguardavano il rapporto causale (la “continenza”) tra lo “spettacolo” posto in essere dai lavoratori e i fatti che avendo interessato i loro colleghi che si erano suicidati, la gravità del comportamento dei dipendenti e il notevole danno prodotto all’azienda ed alla sua immagine.

Ora, come è evidente, tali motivi attenevano alla valutazione dell’episodio fatta da parte della Corte di Napoli, che pareva, come risulta dal passo della sentenza che si è sopra riportato, avere ampiamente valutato sia la non ricorrenza di un grave danno per la società, che il collegamento diretto tra l’azione dei lavoratori e gli episodi che avevano preceduto gli episodi di protesta (“continenza sostanziale”), facendo espresso riferimento ad una lettera scritta da una delle lavoratrici che si era tolta la vita nella quale la stessa lamentava la difficile situazione lavorativa in cui si era trovata.

Altresì la Corte di Napoli valutava la proporzionalità (“continenza formale”) della azione sindacale dei lavoratori, sottolineandone, nonostante gli aspetti “coloriti” della rappresentazione, l’assenza di violenza e di espressioni offensive, risultando le modalità dello “spettacolo” approntato dai lavoratori non eccedenti allo scopo di denunciare i fatti accaduti ai loro colleghi.

Come è noto, il ricorso per Cassazione, non ha la funzione di far riesaminare i fatti già valutati dal giudice di merito (la Corte di appello), ma semplicemente di valutare se quest’ultimo sia incorso in qualche errore nell’interpretazione della legge, ovvero abbia omesso di valutare un qualche fatto determinante, secondo la parte ricorrente, al punto che l’omissione di tale fatto si presenti come idonea a portare ad una diversa decisione della causa.

Nella sentenza 14527/2018, invece, la Corte di cassazione non rileva alcuna specifica violazione di legge, né afferma che la Corte di Napoli non abbia considerato fatti che portavano ad una diversa valutazione del comportamento dei lavoratori. Ed infatti, in chiusura, conclude che “non essendo necessari ulteriori accertamenti” (in fatto, n.d.a) la causa andava decisa senza rinvio al giudice di merito.

Anzi, la stessa Corte di Cassazione, al punto 11 della motivazione, si dilunga nel rilevare come la Corte distrettuale abbia correttamente valutato i fatti oggetto della causa  e che “condivisibili sono le successive osservazioni (…) in ordine al problema dei limiti dell’esercizio di critica ossia delle concrete modalità di espressione del pensiero”, condividendo così, apparentemente, il percorso motivazionale del giudice di merito.

Del tutto inaspettatamente, però, afferma poco dopo che “occorre verificare se la condotta dei lavoratori abbia rappresentato legittimo esercizio del diritto di critica ovvero abbia esorbitato dai limiti della continenza”.

In altri termini, la Corte di cassazione si occupa di rivalutare i fatti oggetto di causa, dandosi il compito di esaminare se e come, nel caso specifico, siano stati correttamente bilanciati i diritti all’onorabilità dell’offeso (la FCA) con quello del diritto di satira (dei lavoratori), tenuto conto delle modalità operative della manifestazione messa in opera dai lavoratori.

E, come è facile comprendere, siamo già fuori dalle competenze del giudice di legittimità (la Cassazione), posto che, come abbiamo detto, non è compito di quest’ultimo riesaminare i fatti già decisi dalla Corte di appello.

Ed infatti, da punto 12 in poi della motivazione, la Cassazione riesamina tutti fatti dell’episodio di protesta, con lo scopo di evidenziarne la gravità, l’offensività e, soprattutto, la mancanza della “continenza” con i pregressi episodi di suicidio dei colleghi dei sindacalisti licenziati.

Già per questo solo la sentenza della Cassazione sarebbe più che criticabile, visto che le Sezioni unite della Cassazione hanno ripetutamente ribadito che: “3.2 Si osserva, inoltre, che non è consentita al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (Cass., Sez. UU., 08/06/2016, n. 11708), indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito (Cass., Sez. Un., n. 14430/2017; conf. Cass. pen., 27/11/2015, n. 47204), perché gli è estraneo il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali (Cass., Sez. U., ult. cit.; conf. Cass. pen., Sez. U., 10/12/2003, n. 47289), pur dopo la modifica dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) introdotta dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46 (ult. cit.; conf. Cass. pen., 10/04/2006, n. 12634)” (SS.UU. 18.04.2018 n. 9577, Pres. Curzio, est. De Stefano) e che: “In realtà il motivo di ricorso accumula rilievi in diritto a considerazioni che attengono all’accertamento ed alla valutazione dei fatti: il che, per un verso, priva le doglianze in diritto di sufficiente specificità e, per altro verso, sembra non tener conto della natura stessa del giudizio di legittimità, quasi fosse un terzo grado di merito” (SS.UU. 24.01.2018 n. 1785, Pres. Rodorf, est. Frasca).

Nonostante ciò , la Corte di cassazione passa a valutare i comportamenti dei lavoratori, rilevando come quest’inverno avrebbero esorbitato dalla correttezza formale attribuendo all’amministratore delegato “qualità apertamente disonorevoli, di riferimenti volgari e infamanti e di deformazioni tali da sa suscitare disprezzo e dileggio” (pag. 7 sentenza) e che “la rappresentazione scenica considerata in tutti i suoi elementi (il patibolo, il manichino impiccato con la foto dell’amministratore delegato, lo scritto affisso al palo a mo’ di testamento, le tute macchiate di vernice rossa a mo’ di sangue) ha esorbitato dai limiti della continenza formale attribuendo all’amministratore delegato qualità riprovevoli e moralmente disonorevoli, esponendo il destinatario al pubblico dileggio, effettuando accostamenti e riferimenti violenti e deprecabili in modo da suscitare sdegno, disistima nonché derisione e irrisione e travalicando, dunque, il limite della tutela della persona umana richiesto dall’art. 2 Cost. che impone, anche a fronte dell’esercizio del diritto di critica e di satira, l’adozione di forme espositive seppur incisive e ironiche ma pur sempre misurate tali da evitare di evocare pretese indegnità personali” (pag. 7).

Inoltre, afferma ancora, “Le modalità espressive della critica manifestata dai lavoratori hanno, quindi, travalicato i limiti di rispetto della democratica convivenza civile, mediante offese gratuite, spostando una dialettica sindacale anche aspra ma riconducibile ad una fisiologica contrapposizione tra lavoratori e datori di lavoro, su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte, annichilita nella propria dignità di contraddittore” (sempre pag. 7).

Così reinterpretati i fatti di causa, la Corte di cassazione passa quindi a sottolineare come tali comportamenti sono idonei a minare il rapporto di fiducia tra lavoratore e datore di lavoro, poiché tra l’interesse del lavoratore alla satira e quello del datore di lavoro al rispetto della sua dignità, debbano trovare un punto di equilibrio, richiamando la propria giurisprudenza sul punto.

E proprio le citazione giurisprudenziali evidenziano la stridente contraddizione della sentenza.

La Corte cita infatti la sentenza 14485/2000 resa nella causa tra il noto conduttore televisivo Vespa  contro la rivista L’Espresso ed il giornalista Pansa, dove era in discussione, in sede penale, un articolo ritenuto diffamatorio. Nella sentenza si rileva:”Ed invero se la critica si esprime in un giudizio o nella manifestazione di un’opinione che sarebbe contraddittorio pretendere rigorosamente obiettivi (come si richiede, invece, per l’esercizio del diritto di cronaca), ciò non esclude che essa debba rispettare limiti di correttezza formale o di continenza, evitando in particolare affermazioni gratuitamente denigratorie e di mero disprezzo. Nel caso di specie, la sentenza impugnata ha ritenuto superato il limite della continenza della critica politica per la concorrente presenza di due elementi: la estraneità della frase ritenuta diffamatoria (e qui trascritta in narrativa) alla restante parte dell’articolo (e quindi ai contenuti della critica esercitata dal giornalista), lo “sprezzante dileggio” insito nella stessa frase, per “il riferimento alle fattezze fisiche del Vespa, la loro ridicolizzazione obiettivamente offensiva e stigmatizzante (“bovino umidoso”) unita alla descrizione di connotazioni di malvagità (sicario, sadismo)”. La descrizione offensiva della persona del Vespa é stata ritenuta dalla Corte di appello “gratuita” perché non giustificata dal contenuto dell’articolo giornalistico e tale da “sminuire la dignità umana prima ancora che professionale” dello stesso. Trattasi di due elementi di fatto (il rapporto tra la frase e l’intero testo dell’articolo, da un lato, e, dall’altro, il contenuto, in essa insito, di dileggio e di disprezzo) che i ricorrenti contestano recisamente, chiedendo però a questa Corte una diretta valutazione del testo dell’articolo e della “gratuità” della frase ritenuta diffamatoria, che non è ammissibile in sede di legittimità. Per quanto attiene alla seconda censura, va affermato che anche il diritto di satira, quale particolare forma del diritto di critica, non può essere sganciato da ogni limite di forma espositiva. L’esigenza della continenza è stata affermata dalla Cassazione penale anche nel caso in cui si adoperino vignette e caricature (Cass., 20 gennaio 1992, Carrubba, m. 1899/00) e quindi a maggior ragione non può essere negata quando, come nel caso di specie, la satira si esprima in forma esclusivamente verbale. Deve, perciò, ritenersi giuridicamente corretta la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che il diritto di critica, rivendicato dai soggetti odierni ricorrenti, non può essere inteso come “diritto del libero insulto”, quale – secondo la valutazione compiuta dal giudice del merito – “in sostanza appare essere quello esternato dal giornalista dell’Espresso nei confronti del Vespa“.

Come si vede, in qual caso, la Corte ha ritenuto la gratuità delle offese al giornalista, che non erano legate ad alcun episodio specifico, mancando così la necessaria continenza che avrebbe reso legittima la critica al conduttore televisivo. Nel nostro caso, invece, come aveva correttamente evidenziato la Corte di appello di Napoli, la rappresentazione approntata dai sindacalisti napoletani era invece strettamente collegata al suicidio effettivamente avvenuto di tre operai trasferiti a Nola da Pomigliano D’Arco e di ciò vi era la prova costituita dalla lettera lasciata da una delle suicide che faceva espresso riferimento alle conseguenti condizioni di lavoro.

Sicché appare difficile sostenere, a differenza del caso del giornalista Vespa, l’assenza di continenza tra l’episodio contestato e i fatti che lo avevano preceduto.

Ancora, nella sentenza, si cita la Cass. 5523/2016, “che ha confermato il licenziamento intimato alla lavoratrice, a cui era stato contestato di avere utilizzato davanti al cassiere della società epiteti ingiuriosi nei confronti dell’amministratore delegato“. Anche qui, però, l’analisi della cassazione si era in quel caso soffermata sulla gratuità delle offese, rilevando come la lavoratrice in causa, “a seguito di contestazione disciplinare con la quale le si addebitava di avere utilizzato davanti al cassiere della società epiteti ingiuriosi nei confronti dell’amministratore delegato (“sto barbone di merda” “così si va a comprare un gelato sto coglione”) che le aveva richiesto la restituzione della somma di 50 Euro rimborsata due volte per errore a titolo di spese di carburante, con l’aggravante della recidiva. (…) Nel caso, come anticipato nello storico di lite, la Corte d’appello ha desunto la gravità dell’addebito e la sua idoneità a costituire giusta causa di licenziamento da una serie di circostanze, quali in particolare la gravità dell’insulto rivolto al superiore gerarchico, la sostanziale assenza di giustificazioni in capo alla lavoratrice, che si stava finalmente conformando, alla seconda richiesta, ad adempiere ad una restituzione dovuta, la pronuncia “a freddo” delle parole di fronte ad un collega estraneo ad ogni ragione di malanimo ed infine la ricomprensione della fattispecie (non nell’ipotesi dell’insubordinazione di cui all’art. 229 del CCNL, ma) nella condotta prevista come giusta causa dall’art. 225, oltre alla recidiva reiterata formalmente contestata”.

Anche qui pare chiara la ricorrenza dell’elemento della gratuità della reazione della lavoratrice alla legittima richiesta del datore di lavoro, comportamento connotato, peraltro, dalla recidiva in tali comportamenti, sottolineato nel giudizio di merito.

Nel nostro caso nulla di tutto ciò: l’episodio di Napoli è una reazione che non ha nulla di gratuito, ma costituisce la reazione sotto il profilo sindacale da parte di rappresentanti dei lavoratori che reagivano di fronte a fatti gravi e dolorosi che avevano colpito loro colleghi e che non avevano trovato ragionevole eco nella stampa nazionale, se non una notiziola nelle pagine interne. Di qui la necessità di inscenare uno spettacolo che richiamasse l’attenzione dei mass media. Nessun accenno, ovviamente a recidive a carico dei lavoratori napoletani.

Nella sentenza, infine, si cita la decisione 7471/2012. In tale pronuncia la Corte esamina il caso in cui un rappresentante sindacale aveva denunciato anomalie nell’organizzazione aziendale e, in conseguenza di ciò era stato oggetto di provvedimenti disciplinari annullati dalla Corte di appello di Milano, la quale aveva rilevato come: “l’esercizio del potere disciplinare (che ha comportato due sospensioni dal lavoro, rispettivamente di tre e di cinque giorni) è stato, nella specie, del tutto ingiustificato perché il lavoratore, nell’aver segnalato – nella qualità di r.s.a. – al presidente della società datrice di lavoro una serie di irregolarità relative agli appalti di manutenzione, non ha violato i limiti circa il rispetto della verità oggettiva, né ha adottato modalità e termini tali da offendere l’onore, la reputazione e il decoro dell’impresa”.

Premessa l’irrilevanza della citazione con riferimento al caso specifico, anche qui si sottolinea comunque l’esistenza del rapporto di continenza tra le dichiarazioni del lavoratore e i  fatti riferiti all’amministratore della società.

La sentenza ha quindi volutamente “forzato” i principi dalla stessa Cassazione più volte affermati in tema di continenza, dando esclusiva rilevanza all’asserita gravità del pregiudizio arrecato al datore di lavoro che non trova serio riscontro nei fatti di causa.

La Corte infatti dimentica alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento e di quello europeo e, in particolare:

  • i rappresentanti dei lavoratori hanno diritto ad una tutela contro gli atti suscettibili di recar loro pregiudizio (Carta sociale europea, preambolo, punto 28): la critica negativa dell’operato altrui non è di per sé in generale offensiva, quando sia socialmente rilevante, perché non può considerarsi lesiva della reputazione altrui l’argomentata espressione di un dissenso rispetto a comportamenti di interesse pubblico, soprattutto se provenienti da un soggetto investito di una funzione che l’ordinamento considera di rilevanza sociale e di uno specifico mandato della collettività che lo stesso rappresenta;
  • la rappresentazione posta in essere dai sindacalisti licenziati faceva seguito a fatti ben precisi, certamente riferibili a condizioni di vita conseguenti a provvedimenti datoriali posti in essere dal datore di lavoro e verificatisi in numero non indifferente (tre suicidi), dietro ai quali non poteva non esserci una situazione di disagio sociale, legata all’ambiente lavorativo, di cui i recenti episodi non erano altro che gravi sintomi e che rendevano necessaria, nella loro veste di rappresentanti sindacali, un’azione eclatante che richiamasse l’attenzione dei mass media;
  • la rappresentazione in discussione, ancorché colorita, non appariva in alcun modo particolarmente offensiva dell’onore né tale da offrire una visione riprovevole o disonorevole dell’amministratore delegato della Fca, essendo incentrata in una sorta di tragicomico contrappasso che vedeva il responsabile aziendale “pentirsi” dei provvedimenti adottati e “suicidarsi”, come avevano fatto i lavoratori, chiedendo che quei provvedimenti fossero ritirati;
  • Non è dato comprendersi come tale rappresentazione possa configurare “un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte, annichilita nella propria dignità di contraddittore“, come si legge nella sentenza qui commentata, posto che lo “spettacolo”  aveva finalità e caratteristiche di mera denuncia pubblica degli avvenuti suicidi e non costituiva sicuramente una minaccia di alcun tipo nei confronti dell’amministratore delegato;
  • E’ poi certamente escluso che tale rappresentazione possa avere offeso l’onorabilità della persona, poiché in discussione vi erano unicamente scelte aziendali delle quali si richiamano, attraverso la sarcastica messa in scena operata, le conseguenze concrete e provate che avevano portato alla morte dei lavoratori rappresentati dai sindacalisti napoletani: dunque la figura del dott. Marchionne era evocata nella sua qualità di legale rappresentate della Fca in ragione della sua notorietà mediatica che, del resto, lo stesso a.d., non aveva mai tentato di nascondere, rivendicando anzi coram populo gli aspetti decisionali a lui riferibili sulla conduzione aziendale.

Né infine, può scordarsi che, nella delicata valutazione tra gli interessi di livello costituzionale in gioco nella causa decisa dalla Cassazione, ovvero quello relativo al posto di lavoro e alla asserita offesa al datore di lavoro, una qualche parola andava spesa sul motivo per il quale si sia optato per la parte datoriale: anche volendo ritenere forzata la messa in scena oggetto della causa, la sanzione adeguata non poteva che essere individuata in un provvedimento disciplinare conservativo.

Insomma, una sentenza difficilmente difendibile, frutto più di scelte politico sociali del tutto scollegate dal diritto, processuale e sostanziale.

Roma, 11 giugno 2018

Sergio Galleano

Per leggere la sentenza clicca qui