Galleano | Rimessa alla Corte costituzionale la questione del precariato siciliano
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Rimessa alla Corte costituzionale la questione del precariato siciliano

Rimessa alla Corte costituzionale la questione del precariato siciliano

Precari siciliani – Rimessa alla Corte costituzionale la questione di legittimità dell’art. 77 della legge regionale siciliana n. 17 del 2004 che dispone la non applicazione della Direttiva UE 1999/70 sui contratti a termine.

 

Da diversi anni, lo studio sta seguendo le vicende dei precari siciliani, oggetto di vicissitudini del tutto indegne di un paese membro dell’Unione europea o, semplicemente, civile.

Accade infatti che migliaia di lavoratori si trovino in una sostanziale situazione di precariato da quasi un ventennio.

Originariamente assunti come lavoratori socialmente utili, da oltre dieci anni il loro rapporto è stato trasformato in ordinari contratti a termine, inizialmente stipulati per cinque anni e, negli ultimi tempi, rinnovati faticosamente con provvedimenti regionali di anno in anno, tenendo i lavoratori in un continuo stato di tensione in attesa del rinnovo annuale.

Inoltre, molti di loro, a causa dei problemi economici dei comuni e degli enti presso i quali lavorano, cui il Governo e la Regione Sicilia centellinano i finanziamenti, si trovano in arretrato con i (magri) stipendi da mesi. Si tratta di una situazione difficile, oltreché umiliante, soprattutto perché gran parte di questi contratti sono part time.

Per questi lavoratori lo studio ha seguito numerose cause dal 2012, cause che hanno avuto quasi tutte esito negativo      [1], sia per quanto riguarda la richiesta di riqualificazione dei rapporti a tempo indeterminato che il risarcimento del danno avanzato in via subordinata. La giustificazione era che la conversione dei rapporti non era possibile per via dell’obbligo del concorso e che il danno avrebbe dovuto essere provato nonostante, come è noto, la Corte europea, con l’ordinanza Papalia avesse ormai chiarito che il danno, ove non fosse prevista la riqualificazione dei rapporti in ipotesi di abuso, non poteva essere sottoposto ad una prova impossibile da fornire.

Le sentenze dei Tribunali sono state tutte confermate dalla Corte di appello di Palermo, sempre per l’asserita necessità della prova. La sentenza 5072/2016 della Corte di Cassazione a sezioni unite      [2] ha però messo in crisi la Corte di Palermo, poiché ha stabilito l’obbligo di liquidazione di un danno, ancorché del tutto insufficiente.

A questo punto la Corte di appello e molti altri Tribunali dell’Isola, pur di non dare ragione ai lavoratori, hanno riesumato una singolare tesi sostenuta dal Tribunale di Termini imerese nel 2013 secondo il quale ai contratti siciliani, poiché erano la continuazione di rapporti di lavoro socialmente utile, non si applicava la Direttiva UE 1999/70 sui contratti a termine e il d.lgs. 368/2001 che della Direttiva costituiva l’applicazione in Italia. Ciò in forza della legge regionale siciliana n. 17 del 2004 che disponeva, all’art. 77, la non applicazione della normativa in tema di contratti a termine a quelli stipulati con i precari siciliani.

In sostanza, sosteneva il Tribunale di Termini, i contratti a termine dei lavoratori siciliani erano finalizzati alla costituzione di un rapporto “assistenziale”, ovvero costituiti al solo fine di dare un reddito a dei lavoratori a suo tempo impiegati come lavoratori socialmente utili e finalizzati ad una loro futura stabilizzazione.

Tale tesi, si presentava già curiosa di per sé, poiché la normativa europea non considera l’esistenza di rapporti tal tipo, ritenendo che si intende lavoro subordinato quel tipo di rapporto caratterizzato da, fatto che una persona fornisce una prestazione in cambio di una retribuzione. A tale rapporto va necessariamente applicata tutta la normativa a tutela dei lavoratori al fine di evitare abusi da parte dei datori di lavoro, soprattutto pubblici, nei confronti dei quali, anzi, le Direttiva hanno applicazione diretta in quanto rappresentano lo Stato membro.

Ma soprattutto, tale tesi, contrastava con i dati di fatto, sempre indiscussi in tutte le cause avanti ai giudici siciliani, poiché i rapporti a termine siciliani erano caratterizzati dall’essere ordinari rapporti di natura impiegatizia, poiché, sin da quando erano qualificati come lavori socialmente utili      [2], hanno visto l’immissione di tali lavoratori nella struttura produttiva degli enti utilizzatori così che, via via che gli anni passavano , i precari siciliani hanno sostituito i lavoratori che andavano in pensione, occupando quindi, di fatto, posti stabili e permanenti.

Non è un caso che, negli ultimi trent’anni, in Sicilia non sia fatto nessun concorso per l’assunzione di pubblici dipendenti e ciò proprio in ragione del fatto che tanto vi erano i lavoratori a termine che sopperivano alla mancanza di personale. Ciò ha comportato situazioni paradossali, come dipendenti a termine che svolgevano i compiti di polizia municipale, di impiegati di concetto a capo di strutture come il catasto, fino a giungere all’assurdo che ad un avvocato comunale, al quale era stato chiesto di costituirsi nelle cause promosse dai precari, era … un precario!

Ultimamente poi, la Corte d’appello di Palermo era anche giunta a condannare i lavoratori alle spese giudiziali.

In questa situazione, lo studio, che già aveva impugnato in Cassazione le singolari sentenze della Corte di appello, ha chiesto un anticipo della trattazione dei ricorsi al Presidente della Sezione lavoro il quale, resosi conto della delicatezza della questione e dimostrando una apprezzabile sensibilità , ha fissato per la discussione, nonostante il pesante carico di lavoro della Sezione, l’udienza del 12 settembre 2017.

Nel frattempo, il 7 giugno 2017 era fissata la discussione di altri ricorsi avanti al Tribunale di Termini Imerese.

Con un coup del theatre del tutto inatteso, lo stesso giudice che aveva reso la prima sentenza negativa sui precari applicando il citato art. 77 della legge 17/2004, ha sollevato la questione di costituzionalita della norma della norma, rilevandone la contrarietà alla Direttiva UE 1999/70.

Non possiamo che rallegrarcene, rilevando che la scelta non può che fare onore al giudice che pur si era visto confermare al sua tesi dalla Corte di appello.

La questione verrà quindi ora decisa dalla Corte costituzionale e, se non prima, dalla Cassazione all’udienza del 12 settembre 2017.

Ci pare un’ottima notizia che premia il coraggio e la costanza dei lavoratori precari siciliani e la loro fiducia nell’attività di questo studio e di tutti gli avvocati impegnati a loro tutela. Anche per questo li ringraziamo.

Roma, 8 giugno 2017

Sergio Galleano

 

[1] Si ricorda infatti che il Tribunale di Trapani ha rimesso la questione alla Corte europea: si veda http://studiogalleano.it/discussione-sulla-pregiudiziale-del-tribunale-di-trapani-nellutilizzo-dei-contratti-a-termine/ e che quello di Agrigento ha liquidato dieci mensilità ai dipendenti di Agusta a titolo di risarcimento del danno.

[2] Si veda: http://studiogalleano.it/sentenza-50722016-sul-risarcimento-danno-per-abuso-precariato-settore-pubblico/

[3] Che normalmente caratterizzano un intervento pubblico finalizzato, tramite un programma specifico a tempo limitato, a riqualificare dipendenti licenziati in occasione di chiusure di aziende o ad agevolare il rientro nel mercato del lavoro in caso si mutamenti della struttura produttiva sul territorio-